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Grafica titolo argomento  L'obiettivo normale, un prezioso e universale strumento di lavoro

Il celebre fotografo francese Henri Cartier Bresson sosteneva che l'ottica normale è l'unica realmente utile nelle riprese fotografiche. Un obiettivo normale è quello che, in base al formato utilizzato, restituisce nel modo più fedele la «geometria della realtà» ed è anche quello che si adatta meglio ad ogni situazione di ripresa.
Nel formato 35 mm, esempio reflex digitali con sensore full-frame, viene considerata normale un'ottica che ha una lunghezza focale compresa tra i 45 e i 58 mm. L'obiettivo «normale» per eccellenza è il classico 50 mm.
Coerentemente con questa visione delle cose, Cartier Bresson ricorreva molto raramente ad altre focali, anche perché riteneva che un fotografo che si trascina appresso pesanti e complicate attrezzature non può essere pronto a scattare la foto nel momento decisivo. Per questo motivo il corredo che si portava appresso era costituito da una

Guida all'acquisto
ragionato di una
fotocamera

 

Comunicazione e
tecnica nella
fotografia digitale

 

Il sensore della
reflex si sporca...

 

La fotografia
notturna

 

Il ritratto
fotografico

Leica col 50 mm e da una specie di nécéssaire da viaggio, piccolo e compatto, con dentro anche un medio-tele da 90 mm, alcuni rullini e un foglietto per prendere appunti. Questa attrezzatura poteva stare comodamente nelle tasche di un giubbotto.
E' abbastanza ovvio che ogni fotografo che si rispetti sceglie l'obiettivo in funzione di ciò che vuole riprendere, e non viceversa. Pertanto se Cartier Bresson esaltava l'ottica standard lo faceva perché questa si adattava perfettamente al genere di fotografie che lui prediligeva.
Ai tempi della fotografia analogica l'ottica standard era considerata il primo passo necessario prima di passare ad altri obiettivi (il cui acquisto veniva sempre soppesato con molta cura), pur essendo

Corredo di obiettivi per fotocamera reflex

Un corredo di obiettivi per reflex

possibile, in alcuni casi, acquistare il solo corpo macchina di una reflex.
Oggi  lo  sviluppo  tecnologico  e  l'avvento  del  digitale  nel  campo  delle

macchine fotografiche ha dato spazio ad un uso massiccio degli obiettivi a focale variabile (zoom), che solitamente vengono venduti come corredo standard delle reflex. Questo ha aperto nuovi orizzonti alla creatività dei fotografi ma ha anche determinato un cambiamento non trascurabile dell'«atteggiamento» fotografico.
Infatti con una reflex dotata di un obiettivo fisso se io voglio avere una visione più ravvicinata della scena da riprendere devo spostarmi in direzione dei soggetti. L'utilizzo di uno zoom invece è facile che «impigrisca» il fotografo, il quale non si sposta per niente potendo aumentare a piacimento la focale. L'immagine catturata non è però la stessa perché la prospettiva di scatto è diversa.
E' accertato che per i ritratti, le foto di matrimonio, le foto di reportage, nella maggior parte dei casi può essere sufficiente l'utilizzo di un solo obiettivo fisso «normale».
E' altresì perfettamente vero che molte delle attuali tecniche di ripresa fotografica sono consentite solo da particolari tipi di obiettivi e che molti soggetti non potranno mai dare risultati di un certo interesse se ripresi con un'ottica «normale», ma è anche vero che soltanto pochi - anzi pochissimi - degli infiniti tipi di obiettivi oggi in commercio potranno essere usati da un fotografo non professionista in modo utile, continuativo e soddisfacente.
Purtroppo, mentre il fotografo veramente «creativo» riesce a lavorare con un solo obiettivo, in ogni situazione, riuscendo a realizzare immagini sempre nuove e interessanti, la maggior parte di noi non è in grado di fare altrettanto e soccombe al richiamo allettante di ottiche supplementari.
Non dimentichiamoci comunque che se da un lato il mondo delle ottiche intercambiabili e degli zoom può dare veramente una nuova e concreta dimensione al nostro hobby, dall'altro può giungere a frustrarci completamente.
Una larga parte degli obiettivi che vengono venduti annualmente finisce - dopo i primi entusiasmi - in un cassetto o in un armadio, in seguito ad un'errata valutazione al momento dell'acquisto. Per risolvere questo problema basterebbe un serio ed onesto esame delle nostre esigenze, una valutazione precisa dell'uso che nell'arco di un anno potremo fare di una certa ottica, tenendo in debito conto il suo costo, per stabilire se valga o meno la pena di acquistarla.

Grafica per titolo paragrafo Lunghezza focale e cerchio di copertura

Una lente convergente fa si che i raggi del sole vadano a finire tutti in un solo punto, estremamente luminoso, che costituisce l'immagine dell'astro fornita dalla lente usata come obiettivo. Un obiettivo fotografico non è altro che un gruppo di lenti, a volte molto complesso, perché formato da elementi di caratteristiche e struttura diverse, che si comporta come una singola lente convergente. Ogni ottica ha una sua precisa lunghezza focale.

Disegno con l'illustrazione dell'aumento delle dimensioni dell'immagine al crescere della focale dell'obiettivo

Dimensioni dell'immagine al crescere della focale

Questo termine è usato per indicare la distanza tra il centro ottico (pressapoco) dell'obiettivo e il piano focale della macchina fotografica, quando la messa a fuoco è impostata sull'infinito. Focale e grandezza dell'immagine sono direttamente proporzionali: un obiettivo di focale doppia di un altro produce un'immagine due volte più grande.
La particolare curvatura delle lenti di un obiettivo fotografico fa si che i raggi luminosi giungano su un piano ben definito - chiamato appunto «piano focale», posto dietro l'obiettivo stesso. Il calcolo della curvatura delle lenti determina sia la lunghezza focale che l'angolo di campo.
L'immagine fornita da un obiettivo è rotonda, ma di qualità non uniforme: la nitidezza diminuisce man mano che ci si sposta dal centro verso l'orlo e le zone vicino all'orlo sono inutilizzabili. Affinché la stessa possa coprire completamente un fotogramma bisogna perciò che il suo formato rientri dentro quello che viene definito «cerchio di copertura». Vale a dire, per esempio, che un'ottica

progettata per il formato reflex digitale 24x36 con sensore full-frame deve formare un'immagine circolare il cui diametro minimo sia pari a 43 mm. Nel formato 6x6 la lunghezza di questo diametro sale a circa 80mm. Misure inferiori a quelle innanzi indicate darebbero luogo al fenomeno della vignettatura: l'immagine si presenterebbe cioè curva e meno luminosa agli angoli. Gli obiettivi che troviamo comunemente in commercio possono soffrire di questo difetto.

Grafica per titolo paragrafo Elementi, gruppi ottici e altri fattori di progettazione

Un obiettivo fotografico è un gruppo ottico positivo paragonabile ad una lente biconvessa. Per evitare le aberrazioni che una sola lente comporterebbe, gli obiettivi risultano formati da un numero variabile di elementi ottici di varia forma e composti da vari tipi di vetro ottico.
Non esiste un numero limite alla quantità di lenti
che lo devono formare. E' però fisicamente dimostrato che risultati

accettabili si ottengono solo partendo da un numero minimo di tre elementi.
Nella progettazione di un obiettivo è necessario tener presente vari fattori come: la lunghezza focale del gruppo ottico, la sua luminosità massima, il grado di contrasto e nitidezza e la correzione alle aberrazioni che si desidera ottenere.
Ogni obiettivo rappresenta un compromesso fra questi vari fattori perché è praticamente impossibile ottenere un obiettivo perfetto.
Oggi, grazie all'aiuto fornito dagli elaboratori elettronici, il tempo di progettazione di un'ottica può richiedere solamente pochi minuti e i costruttori possono sfornare obiettivi di buona qualità senza troppa fatica. Invece prima dell'avvento dell'era elettronica lo studio di un obiettivo era frutto di lunghi calcoli matematici ottenuti a tavolino, che potevano richiedere anche

Disegno con lo schema ottico (lenti e gruppi) di un obiettivo 85 mm e un 135 mm

Lenti e gruppi di un 85 mm e di un 135 mm

anni di lavoro. Un obiettivo risulta più o meno buono in base ai risultati che ci consente di ottenere. Un maggior numero di lenti nella composizione di un obiettivo fotografico non determina assolutamente una migliore qualità ottica. Pertanto, nella scelta di un obiettivo, non bisogna prestare troppa attenzione a questo fattore.
Questo anche perché il numero elevato delle lenti può comportare vari difetti come, ad esempio, la perdita di nitidezza dovuta ai riflessi interni generati dai raggi luminosi quando attraversano gli spazi fra una lente e l'altra.
Teoricamente, c'è nitidezza quando una fonte luminosa puntiforme (per esempio una stella) è registrata sul sensore in forma di punto. In pratica, naturalmente, questo è impossibile perché anche la stella più piccola non è mai resa in forma di punto (che ha un diametro pari a zero) ma in forma di un disco. Parimenti, l'immagine di un qualsiasi oggetto non consiste di un infinito numero di punti, ma di un numero infinito di microscopici cerchietti con gli orli sovrapposti, che si chiamano «cerchi di confusione». Quanto più piccoli sono i cerchi di confusione, tanto maggiore appare la nitidezza. Di conseguenza la nitidezza è sempre una questione di grado, poiché la nitidezza «assoluta» è un assurdo.
Grazie ad una accurata progettazione, gli schemi ottici dei moderni obiettivi possono essere molto semplici ma, allo stesso tempo, garantire un'altissima qualità dell'immagine ottenuta.

Grafica per titolo paragrafo La luminosità elevata non è sinonimo di migliore qualità

Un altro mito da sfatare nella fotografia è quello della luminosità massima degli obiettivi. Comunemente si è portati a credere che paragonando due ottiche di uguale focale, quella più luminosa sia migliore dell'altra. Questo è falso anzi, solitamente, è vero il contrario perché gli obiettivi di notevole luminosità presentano una realizzazione tecnica più complessa, che può dar luogo a vari difetti indesiderati. Un solo diaframma in più sovente viene ottenuto con molte correzioni ottiche, che non sempre sono realizzate in modo perfetto.

La luminosità di un obiettivo non è assoluta, ma dipende dalla sua distanza dal soggetto. Quando si mette a fuoco un soggetto molto vicino, la distanza fra obiettivo e sensore aumenta in misura tale che la conseguente perdita di luminosità deve essere compensata da un proporzionale aumento di posa, pena una considerevole sottoesposizione.
La luminosità massima di un obiettivo viene calcolata dividendo il diametro della lente frontale per la lunghezza focale. Per questo motivo i teleobiettivi molto luminosi hanno una lente frontale di diametro enorme. Ottenere grandangolari luminosi è relativamente più facile, ma una luminosità accentuata comporta numerose aberrazioni difficili da correggere.
In genere le focali più lunghe hanno una luminosità massima relativamente più bassa in quanto le dimensioni della lente anteriore rappresentano un limite non trascurabile.
Per chiarire meglio il concetto, un obiettivo 50 mm f/1.8 richiede un elemento frontale di circa 32 mm di diametro, e questo è possibile senza alcun problema. Ma un ipotetico 500 mm f/1.8 avrebbe bisogno di una lente anteriore con diametro di circa 1100 mm (un metro!). La realizzazione di un'ottica del genere richiederebbe tante di quelle correzioni che ne porterebbero il prezzo alle stelle. E come si potrebbe andare in giro a fotografare con un obiettivo così grande e pesante...!
"Gli obiettivi molto luminosi hanno maggiori difetti, sono più pesanti e più grossi e - neanche a dirlo - più costosi degli obiettivi di minore luminosità, sono generalmente meno incisivi, anche a piccole aperture di diaframma. Per avere sufficiente profondità di campo, la gran parte delle fotografie vengono scattate con una chiusura di almeno due stop rispetto alla massima. Perché allora non usare obiettivi meno luminosi e più incisivi e ottenere fotografie nitide invece che subire gli inconvenienti degli obiettivi più luminosi solo perché si prevede che la loro «rapidità» sia utile di tanto in tanto?
E' come comprare un camion invece di un'automobile col pretesto che, un giorno o l'altro, potrebbe far comodo per un trasloco
". (Andreas Feininger).

Grafica per titolo paragrafo Classificazione degli obiettivi diversi da quelli «normali»

Nel prendere in esame le varie categorie di obiettivi qui sotto esposte è necessario premettere che alcuni parametri devono essere per comodità riferiti all'uso di una reflex digitale 24x36 (sensore full-frame). Nel caso in cui la superficie del sensore sia minore bisogna tenere in conto che l'angolo di campo dell'obiettivo utilizzato diminuisce. Un'ottica «normale» da 50mm diventa pari ad un medio-tele. Questo ci consente un «esame» più selettivo dell'ambiente che ci circonda e la profondità di campo diminuisce.

Grafica per titolo sottoparagrafo  I grandangolari

Gli obiettivi con lunghezza focale inferiore a quella delle ottiche cosiddette «normali» vengono definiti grandangolari. Rientrano in questa categoria tutte quelle ottiche che hanno un angolo di campo superiore ai 47°. I grandangolari prodotti per macchine fotografiche 24x36 sono, in genere, contraddistinti da focali comprese tra i 13 ed i 35 mm. Le focali più corte di 13 mm rientrano nella categoria dei «fish-eye», obiettivi del tutto particolari, con distorsioni veramente considerevoli e di interesse limitato. Il loro nome deriva dal fatto che la forma della loro lente frontale è rotonda e sporge abbondantemente dall'obiettivo, come l'occhio di un pesce appunto, consentendo di abbracciare un campo pari o superiore ai 180°.
Il grandangolo è un tipo di obiettivo molto utilizzato nelle foto urbanistiche e nei paesaggi, dove le scene da fotografare sono necessariamente ampie. Mal si presta alle fotografie di persone (soprattutto ritratti) in quanto l'avvicinamento al soggetto produce una spiacevole distorsione prospettica.
"Il grandangolo è un obiettivo che deve essere usato con un pizzico di coraggio: l'enorme campo inquadrato dà la possibilità di entrare, a volte anche con prepotenza, negli scenari di una città, nelle strutture architettoniche, per scoprire quei segni e quegli oggetti che sono propri dell'ambiente urbano. E' uno strumento con il quale non bisogna curiosare da lontano, dal di fuori delle cose, così come si fa quando si «spia» il mondo con i lunghi tele da paparazzo. Si tratta invece di un obiettivo che deve essere portato nei luoghi del proprio interesse e che deve essere adoperato con la stessa sensibilità con la quale si osserva prima ancora di fotografare". (Massimo Alario)

La ridotta lunghezza focale di un grandangolo ci assicura una notevole profondità di campo, anche a forti aperture di diaframma. Per esempio un 28 mm, diaframmato a f/3.5, ci consente una profondità di campo uguale a quella che con un 50 mm potremmo avere solamente chiudendo l'apertura a f/8, a parità di superficie inquadrata. E inoltre, dal momento che il grandangolo è caratterizzato da una ridottissima distanza di messa a fuoco (generalmente dai 20 ai 30 cm), possiamo benissimo utilizzarlo per foto a distanza molto ravvicinata senza dover ricorrere a dispositivi di prolunga, riempiendo tutta l'area inquadrata con il soggetto prescelto.
L'angolo di campo di un «fish-eye» o «occhio di pesce» non consente assolutamente la corretta riproduzione delle linee rette e quindi tutta l'area del fotogramma presenterà una distorsione a «barilotto». Le sue focali estremamente corte generano delle riprese «circolari» che trovano applicazione scientifica, per esempio nella meteorologia.
I grandangolari sono obiettivi «difficili» e quindi soggetti più degli altri a difetti e aberrazioni (che possono essere particolarmente evidenti a tutta apertura) come la vignettatura, l'aberrazione sferica e il coma. Questi problemi si risolvono chiudendo il diaframma di uno o due valori, utilizzando cioè l'ottica nel punto in cui «lavora» meglio.

Il grandangolo è insuperabile come versatilità, ma per apprezzarlo bisogna sfruttare al massimo le sue caratteristiche di profondità e nitidezza. Per quanto mi riguarda, come ottica fissa standard, da sempre preferisco utilizzare un grandangolare da 28 mm, che per me è l'obiettivo per eccellenza. Solitamente dentro ci sta sempre tutto, al contrario del 35 mm o del 50 mm che spesso qualcosa lasciano fuori...

Il primo 28 mm per il formato 24x36 ad ottica intercambiabile fu il Tessar Zeiss di luminosità f/8 per le fotocamere Contax. Questo obiettivo venne progettato nella seconda metà degli anni Trenta del secolo scorso ed era composto da 4 lenti raccolte in 3 gruppi, aveva una montatura in ottone e pesava solamente 130 grammi.

Il primo 28 mm per apparecchi reflex, con mantenimento del movimento dello specchio, fu l'Angenieux Retrofocus f/3,5 a 6 lenti, di cui due frontali divergenti. Questo grandangolare fu realizzato in Francia, nel dopoguerra, da P. Angenieux sulla base degli studi fatti da Ricter durante la seconda guerra mondiale con la sua ottica sperimentale Pléon. Lo schema dell'Angenieux Retrofocus fu poi ripreso dai produttori della Pentax per il Takumar 28 mm f/3,5.

Grafica per titolo sottoparagrafo  I teleobiettivi

Rientrano nella categoria dei teleobiettivi tutte quelle ottiche il cui angolo di campo è inferiore ai 47° di un obiettivo «normale». Una delle caratteristiche tipiche dei teleobiettivi è il fenomeno dell'appiattimento delle distanze che fa apparire vicini due soggetti in fila che, nella realtà, possono essere molto distanti fra loro.
Statisticamente parlando il teleobiettivo è l'ottica più richiesta subito dopo l'acquisto di un apparecchio fotografico corredato con ottica standard. Questo fenomeno è particolarmente evidenziabile quando ci si trova a fotografare avvenimenti ove sono presenti numerose persone che hanno al collo la macchina fotografica. E' difficile, in questi casi, vedere delle riprese effettuate con obiettivi grandangolari.
Il tele ha un fascino tutto particolare: ci proietta dentro gli eventi anche se ci troviamo a notevole distanza e, per le sue dimensioni, colpisce immediatamente gli occhi dei profani, dando l'impressione (ovviamente errata) che ci si trovi di fronte ad un fotografo professionista o comunque molto bravo. Insomma fa molta scena...
Fatti salvi gli usi strettamente specialistici (foto sportiva, naturalistica ecc.), i grandi professionisti dell'immagine non hanno mai particolarmente apprezzato questo tipo di ottiche. Sentite come si esprimeva sull'argomento Henri Cartier Bresson, tirando in ballo un illustre collega: "Il tele non dice la verità. L'obiettivo ideale è il 50 mm perché, come era solito ripetere Robert Capa, un fotografo deve stare vicino alla gente".
Il primo impatto con un teleobiettivo è veramente emozionante. E' come guardare con un nuovo paio di occhi cose già familiari. Il poter frugare lontano, nel mondo che ci circonda, ci dà un senso di euforia. Si scoprono cose che normalmente ci sfuggono: atteggiamenti dettagli, fisionomie, espressioni.
Un tele moderato si aggira tra gli 80 e i 135 mm di lunghezza focale, un medio tele tra i 150 e i 200 mm, un tele di azione tra i 300 e i 600 mm. Oltre si entra nel mondo dei super tele per usi specialistici, che sono di dimensioni e di peso tale da renderne problematico il trasporto ed hanno bisogno sempre di un appoggio ben stabile (anche se di fortuna) per poter essere utilizzati senza incorrere nell'effetto mosso.
Nelle foto sportive e naturalistiche il teleobiettivo la fa da padrone: il suo utilizzo è quasi indispensabile. Quando si fotografa in spazi molto ampi un'ottica da 200 mm può essere considerata alla stregua di un obiettivo normale. Pertanto per fotografare degli animali selvatici nel loro ambiente naturale un 300 mm è un tele appena passabile. In questi casi è preferibile utilizzare un'ottica con focale non inferiore ai 500 mm.
Chi non ha particolari esigenze specialistiche, ma desidera un teleobiettivo che possa soddisfare la maggioranza delle sue esigenze, potrà trovare l'optimum in un 135 mm; per delle belle riprese sportive può essere già sufficiente una focale di 200 mm.
Una delle caratteristiche tipiche dei teleobiettivi è il fenomeno dell'appiattimento delle distanze che fa apparire vicini due soggetti in fila che, nella realtà, possono essere molto distanti fra loro.

Le focali medie 85 e 105 mm sono ideali per i ritratti, perché sono pressoché totalmente esenti da distorsioni prospettiche, anche alla minima distanza di ripresa. Mentre un grandangolare ritrae il soggetto immerso nell'ambiente che gli è congeniale, mantenendo uno stretto rapporto fra macchina fotografica e persona, un teleobiettivo può isolare il soggetto dallo sfondo, oppure avvicinare lo sfondo creando un diverso rapporto spaziale.
Più si allunga la focale, più viene esaltata qualsiasi minima vibrazione del complesso fotocamera/obiettivo. Per non incorrere in immagini mosse bisogna diminuire i tempi di esposizione e/o fare uso di un robusto cavalletto. Inoltre si moltiplicano i problemi di correzione ottica, come ad esempio l'aberrazione cromatica, con conseguente perdita di nitidezza dell'immagine. Questo fenomeno è particolarmente evidenziabile con i teleobiettivi zoom: alla focale minima le fotografie risultano più incisive e contrastate che non impostando quella massima.

Grafica per titolo sottoparagrafo  Gli obiettivi catadiottrici, chiamati anche «obiettivi a specchio»

I teleobiettivi, data la loro costruzione ottica, hanno lo svantaggio di essere lunghi all'incirca quanto la loro lunghezza focale. Cosicché un tele di 500 mm è lungo quasi mezzo metro, mentre un 1000 mm può arrivare ad un

Disegno con lo schema ottico (lenti, gruppi e specchi) di un obiettivo catadiottrico

Schema ottico di un obiettivo catadiottrico

metro. Gli obiettivi catadiottrici invece, grazie ad un particolare schema ottico che utilizza un paio di specchi, sono considerevolmente più corti della loro effettiva lunghezza focale. Un catadiottrico 500 mm, a differenza di un teleobiettivo classico, può essere lungo solo una ventina di centimetri e pesa molto di meno (fattore non trascurabile).
Questo è possibile perché, mentre negli obiettivi tradizionali i raggi luminosi percorrono un tragitto rettilineo, nei catadiottrici vengono riflessi due volte prima di arrivare sul sensore.
Questi tipi di obiettivi, molto pratici e leggeri, hanno però dei problemi qualitativi legati allo schema ottico più o meno complesso, agli specchi impiegati e al fatto che non possono utilizzare un diaframma. Chi li utilizza è costretto quindi a lavorare sempre a tutta apertura e l'esposizione può essere

controllata solo modificando i tempi e/o utilizzando dei filtri grigi a densità neutra (ND). Inoltre le immagini fuori fuoco, soprattutto i riflessi, assumono una tipica forma ad anello che molti fotografi disdegnano quando non è utilizzata per fini artistici.
Il gruppo frontale può essere composto da una o più lenti ed ha lo scopo di minimizzare gli effetti dell'aberrazione sferica introdotti dallo specchio principale. L'elemento divergente che si trova lato sensore ha invece lo scopo di eliminare la curvatura di campo, di distribuire uniformemente la luce su tutta l'inquadratura e quindi di evitare fastidiosi fenomeni di vignettatura. Tra le due zone speculari si trova una sorta di paraluce interno che serve ad evitare interferenze tra i raggi di luce riflessi dal 1° specchio (posto lato sensore) e dal 2° (posto nel gruppo frontale).
In un catadiottrico la messa a fuoco avviene mediante un elicoide che agisce variando la distanza tra i due specchi.

Grafica per titolo sottoparagrafo  Gli obiettivi zoom

Gli obiettivi zoom permettono la variazione della focale con lo spostamento di un gruppo ottico interno. Hanno uno schema ottico molto più complesso rispetto ad un obiettivo a focale fissa e, di conseguenza, peso e dimensioni possono essere maggiori. Uno zoom può concentrare in una sola ottica il campo inquadrato da un intero corredo di obiettivi.
Il primo zoom fotografico fu lo Zoomar 36-82mm f/2.8 della Voitglaender a 14 lenti, che giunse sul mercato solo nel 1959, quasi trent'anni dopo la nascita del primo zoom cinematografico. Prima degli anni '80 del secolo scorso uno zoom solo grandangolare era solo un sogno. Ci pensò la Sigma, grazie ad una tecnologia avanzata, a produrre un obiettivo che conteneva la sua escursione entro le lunghezze focali della ripresa grandangolare: dai 21 mm, con angolo di campo di 92° si passava ai massimi 35 mm, con angolo di campo di 63°. L'ottica si chiamava Sigma Wide Zoom f/3,5 - 4 (21 - 35 mm) ed era facilmente regolabile nella messa a fuoco e nella selezione focale grazie a due ghiere molto morbide.
Tutti i grossi problemi che hanno sempre ostacolato l'avvento degli zoom nelle riprese fotografiche sono oggi brillantemente superati. Gli studi effettuati grazie ai moderni sistemi tecnologici hanno permesso soprattutto una migliore correzione delle distorsioni prospettiche e la limitazione delle riflessioni interne - un tempo vera spina nel fianco - ottenuta con particolari posizionamenti del diaframma.
Rimane il fatto che, proprio per la loro focale variabile, l'eliminazione dei difetti sull'intero arco di utilizzo non è possibile. Quello che adopero io, alla focale minima distorce a cuscinetto, sui 35mm è corretto, alla focale massima presenta un'evidente distorsione a barilotto. Sempre alla focale massima, le immagini perdono in nitidezza e contrasto. Nelle foto notturne bisogna stare molto attenti alle riflessioni causate dalle alte luci e quando si fotografa in controluce è preferibile usare sempre un buon paraluce e controllare l'immagine nel mirino con il diaframma chiuso sul valore impostato.
Una piccola dritta per utilizzare al meglio uno zoom è quello di abituarsi a mettere a fuoco alla massima focale. Dettagli di dimensioni maggiori e una ridotta profondità di campo ci permetteranno di percepire più facilmente le differenze di fuoco tra un piano e l'altro dell'immagine. Fatto questo si può scegliere la focale più adatta ad ogni singola inquadratura e scattare la fotografia.
Spostare il comando delle focali di un obiettivo zoom durante un'esposizione prolungata è uno dei sistemi migliori per dare la sensazione del movimento in una scena statica o per aumentare l'impressione di velocità in un soggetto dinamico. Il caratteristico effetto zoom delle linee che si irradiano dal centro dell'immagine può essere variato in diversi modi e perfezionato in base alle proprie esperienze.
La filosofia per l'utilizzo corretto di uno zoom è abbastanza semplice: esso deve servirci a fare quell'aggiustamento minimo di inquadratura che possa rendere migliore la nostra immagine, senza doversi spostare troppo dal punto in cui ci troviamo. Questo comportamento è valido anche quando alcuni fattori esterni possono ostacolare il nostro avvicinamento al soggetto.
Ragionando in termini di passi, si può dire questo: finché lo zoom ci serve per migliorare l'immagine evitandoci di fare due passi in qualunque direzione, va bene, anzi benissimo; ma se lo zoom, nei nostri intendimenti, deve servirci ad evitare di fare otto passi, allora va male. Va male nel senso che spesso non è sbagliata la lunghezza focale dell'obiettivo che si sta usando ma la posizione in cui ci si trova rispetto alla scena o al soggetto.
Lo zoom, dunque, non risolve una brutta inquadratura ma può rendere eccellenti delle riprese che sono già buone in partenza. Chi pretende di più può andare incontro a molte delusioni...

Grafica per titolo sottoparagrafo  Gli obiettivi per la macrofotografia

La ripresa di soggetti posti a pochi centimetri di distanza dalla lente anteriore è demandata ai cosiddetti «macro», obiettivi nei quali i gruppi ottici che li costituiscono sono studiati e trattati in maniera particolare e l'elicoide di messa a fuoco ha un'escursione molto spinta. Escursione in grado di allontanare le lenti dal piano focale in maniera notevolmente maggiore di quanto accade con i normali obiettivi.
Possiamo trovare in commercio obiettivi macro di svariate lunghezze focali. Anche molti zoom in commercio hanno la possibilità di effettuare riprese «macro». Più la focale è lunga e più - a parità di rapporto d'ingrandimento - si può lavorare lontani dal soggetto. E questo, soprattutto nella fotografia naturalistica, è un vantaggio da non sottovalutare.
Un rapporto di riproduzione pari a 1:1 è equivalente alla riproduzione alla grandezza naturale. Con una scala di 1:2, il soggetto viene riprodotto sul sensore a metà della sua dimensione naturale.

Grafica per titolo sottoparagrafo  Gli obiettivi autofocus

La quasi totalità degli obiettivi comuni che vengono progettati per le reflex digitali è oggi dotata della funzione autofocus. In tali obiettivi la ghiera di messa a fuoco è collegata con un motorino elettrico i cui movimenti sono comandati direttamente dalla fotocamera (quando questa è impostata su tale funzione) in base ai rilevamenti effettuati da un modulo sensore. Quando un sistema AF autofocus è attivato le opzioni di messa a fuoco selezionabili sono le più svariate.
Nelle reflex digitali l'autofocus è disinseribile: in questo caso la selezione del piano di messa a fuoco deve avvenire girando manualmente la ghiera di messa a fuoco posta sull'obiettivo.
Un sistema AF è comodo, pratico e veloce; in alcuni casi quasi indispensabile, come quando si fotografano soggetti in movimento. Purtroppo la rilevazione dei dati non è sempre perfetta e ci sono varie situazioni nelle quali la messa a fuoco automatica può essere errata (vedi glossario più sotto).
Gli errori più comuni di un sistema AF autofocus sono ammessi dagli stessi produttori di apparecchiature fotografiche e vengono segnalati nei libretti di istruzione delle fotocamere.
L'autofocus potrebbe non generare i risultati sperati con gli obiettivi grandangolari e super-grandangolari soprattutto nel caso in cui il soggetto risulti troppo piccolo in relazione all'area totale inquadrata oppure sia confuso all'interno di una scena con tanti particolari poco contrastati.

Grafica per titolo paragrafo Per contenere i costi si può utilizzare un moltiplicatore di focale

I moltiplicatori di focale sono dei sistemi di lenti negative che fanno divergere i raggi provenienti dall'obiettivo. Trattandosi di un sistema ottico negativo non può essere usato da solo, cioè senza obiettivo in quanto, in tal caso, non sarebbe in grado di produrre sul sensore un'immagine a fuoco. Disposto invece dietro un normale obiettivo, qualunque sia la sua focale, fa divergere i raggi di luce e li trasmette a fuoco su un piano più distante. Ciò implica la necessità di aumentare il tiraggio, cosa che viene soddisfatta dalla montatura stessa del moltiplicatore.
In pratica un moltiplicatore proietta l'immagine a fuoco su una superficie più grande. Siccome il sensore non varia di formato, questa risulta ingrandita solo nella parte centrale del soggetto. La cosa produce un effetto simile a quello che si ottiene usando un obiettivo di focale più lunga.
I duplicatori e i triplicatori di focale trovano il loro migliore campo di applicazione con i teleobiettivi in quanto, con costi molto contenuti e peso inferiore, consentono di ottenere risultati simili ad un obiettivo universale di media qualità.
Il rapporto d'ingrandimento mantiene invariata la minima distanza di messa a fuoco e questo fa si che si possa fotografare un soggetto molto più piccolo che non con il solo obiettivo, mantenendosi sempre alla stessa distanza.
I moltiplicatori di focale purtroppo generano un certo calo della qualità dell'immagine, soprattutto nella nitidezza, e comportano una perdita di luminosità dell'obiettivo che stiamo adoperando, dovuta al fatto che l'immagine ingrandita viene distribuita su una superficie più ampia. In alcune situazioni si avverte anche una leggera diminuzione del contrasto, che comporta una minor saturazione e brillantezza dei colori.
Nei controluce, sulla qualità dell'immagine influiscono, oltre ai riflessi interni caratteristici dell'obiettivo, anche quelli del duplicatore, che possono portare ad una diffusione di luce molto evidente, con conseguente impastamento di tutta la scena ripresa.
I moltiplicatori possono essere utilizzati anche in abbinamento con obiettivi grandangolari, anche se la cosa ha poco senso. Invece che duplicare un 28 mm, per esempio, è infatti preferibile utilizzare il normale 50 mm o lo zoom fornito in dotazione alla reflex come ottica base, perché i livelli qualitativi sono decisamente migliori soprattutto per quanto riguarda il contrasto, la definizione e la risolvenza.

Grafica per titolo paragrafo Pulizia delle lenti di un obiettivo

La polvere e lo sporco sono un brutto cliente per gli obiettivi. Pertanto, per una buona qualità delle immagini, è necessario che le lenti siano sempre perfettamente pulite. Bisogna fare comunque un distinguo tra lente anteriore (o esterna) e lente posteriore (quella che da sul corpo macchina). Le impurità sulla lente anteriore non sono critiche: un poco di polvere o un piccolo graffio non determinano uno scadimento visibile dell'immagine. Invece una lente frontale con molta polvere, un velo untuoso o qualche impronta digitale da luogo ad un effetto «flou» sulla fotografia, ovvero causa un peggioramento della nitidezza. Questo perché i depositi di grasso e polvere sul cristallo hanno l'effetto di diffondere le radiazioni luminose e produrre una «morbidezza» generale dell'immagine. Nel fare un ritratto questa cosa potrebbe tornare «artisticamente utile», cioè essere un pregio!
Anche eventuali filtri posti sulla lente frontale devono essere trattati con la medesima cura dell'obiettivo.
La lente posteriore invece è critica e necessita di massima pulizia. Niente polvere, niente impronte, macchie o rigature (perché si vedrebbero), pena un degrado sensibile della qualità delle fotografie.
Le lenti degli obiettivi vanno pulite con molta delicatezza, usando delle apposite cartine ottiche. Per eliminare eventuali macchie, o uno sporco più deciso, i kit in commercio contengono un liquido apposito.
Quando si ripone la macchina fotografica nella borsa o non si fotografa per lunghi periodi, è necessario coprire la lente frontale dell'obiettivo con l'apposito tappo.
Anche il corpo dell'obiettivo va sempre tenuto ben pulito. Un controllo maggiore va effettuato dopo che si è fotografato in luoghi polverosi o su una spiaggia, togliendo all'occorrenza salsedine e sabbia con un pennello morbido per poi effettuare una pulizia più accurata con un fazzoletto leggermente inumidito con acqua dolce.
La qualità di un obiettivo decade anche se, per qualsiasi motivo, dovessero depositarsi corpi estranei sulle lenti interne dell'ottica o formarsi macchie di sporco. In questo caso una pulizia in proprio sarebbe comunemente impossibile e si renderebbe necessario rivolgersi a laboratori specializzati. Questo è un evento raro, soprattutto se l'obiettivo viene usato o conservato con una normale cura.

Glossario di alcuni termini che vengono citati in questa pagina e che fanno riferimento ai modi di utilizzo, alle tecniche di progettazione, alla costruzione e alla qualità degli obiettivi che sono in commercio...

Bottone grafico per paragrafo glossario  Angolo di campo

E' l'ampiezza, espressa in gradi, del campo inquadrato da un determinato obiettivo. Quanto maggiore e la lunghezza focale di un obiettivo, tanto più stretto è il suo angolo di campo, e viceversa.

Bottone grafico per paragrafo glossario  Cerchio di confusione e iperfocale

Il cerchio di confusione è fondamentale per la nitidezza di una immagine, perché è la base della profondità di campo. Nella fotografia ogni punto ubicato dinanzi o dietro il piano del soggetto non viene riprodotto come un punto, ma come un «cerchio di confusione». Tuttavia l'occhio umano accetta tutti i cerchi di confusione come punti incisivi, finché essi non eccedono il diametro di 0,1 mm quando visti da una distanza di visione chiara, ovvero 25 cm.
Un'immagine full-frame 24x36 risulta nitida se il diametro del cerchio di confusione non supera 1/1500 della lunghezza focale dell'obiettivo normale, e cioè 1/30 di mm. Dal formato 6x6 in avanti tale diametro può aumentare fino a 1/1000.
La distanza dalla macchina fotografica al di là della quale tutto risulta nitido quando l'obiettivo è a fuoco sull'infinito viene chiamata «iperfocale». Questa distanza dipende dalla lunghezza focale dell'obiettivo e dall'apertura del diaframma. Se si mette a fuoco l'obiettivo sull'iperfocale e si lascia immutato il diaframma tutto risulta nitido da una distanza pari a metà dell'iperfocale sino all'infinito. Questa combinazione di messa a fuoco e di diaframma produce la massima profondità di campo per quell'obiettivo e per quella apertura.
Per qualsiasi obiettivo, di qualsiasi focale e a qualsiasi apertura di diaframma, l'iperfocale può essere calcolata con una semplice formula matematica: si eleva al quadrato la focale (F) in millimetri dell'obiettivo; il risultato così ottenuto ottenuto va diviso per il prodotto che origina moltiplicando il numero corrispondente all'apertura di diaframma (D) per il diametro del cerchio di confusione (C) in millimetri, ovvero F²/DxC.

Bottone grafico per paragrafo glossario  Contrasto

Il contrasto è determinato dalla differenza con la quale vengono riprodotte le aree fortemente illuminate da quelle scure, ovvero in ombra. Nella fotografia in bianco/nero un basso contrasto produce un'immagine con un numero elevato di toni intermedi, tanto che non si riesce quasi ad ottenere il bianco e il nero «puliti». Una foto invece è ad alto contrasto quando è formata esclusivamente dal bianco e dal nero, senza toni intermedi.
Un basso contrasto determina una minore saturazione e brillantezza dei colori, ovvero la foto risulta leggermente «slavata». Le fotocamere digitali possono avere dei programmi appositi per riprodurre correttamente scene piene di luce, con soggetti brillanti (High-Key), oppure scene molto scure e cupe dove si renda necessario dare un buon  risalto ai particolari chiari e/o in luce (Low-Key).

Bottone grafico per paragrafo glossario  Diaframma e profondità di campo

I soggetti di quasi tutte le fotografie hanno tre dimensioni: altezza, larghezza e «profondità». Ogni obiettivo possiede una certa dose di «nitidezza in profondità». Anche se noi mettiamo sempre a fuoco su un «piano» ben definito, gli oggetti che si trovano davanti e dietro a questo piano, risultano, entro certi limiti, nitidi. Questa zona nitida è tanto più profonda quanto meno l'obiettivo è luminoso, quanto minore è la sua focale e più distante il piano di messa a fuoco.
Questo si verifica perché tutti i punti che cadono davanti e dietro il piano focale vengono riprodotti come dischi di diametro sempre maggiore, in gergo ottico chiamati «cerchi di confusione» che, al di sotto di una certa dimensione, l'occhio umano accetta come punti.
Nella maggior parte dei casi la suddetta «profondità inerente» non basta a comprendere l'intera profondità del soggetto. Diventa così necessario aumentare artificialmente la zona nitida facendo uso del
«diaframma».
Il diaframma consente di variare le dimensioni dell'apertura, cioè la sezione attraverso la quale la luce entra in un sistema ottico. L'apertura relativa di un obiettivo equivale alla sua più grande apertura di diaframma. Questa apertura di diaframma indica la sua massima luminosità.
Il diaframma è inserito nell'obiettivo stesso ed è appunto come una «valvola» che consente il controllo della luce che raggiunge il sensore. Man mano che si chiude, aumenta la profondità di campo. Di contro, l'ottica diventa sempre meno luminosa. La variazione avviene con numeri graduati (f/stop). Questi numeri si ottengono dividendo la lunghezza focale dell'obiettivo per il diametro delle rispettive aperture di diaframma. Queste sono calcolate in modo che ognuna richieda un tempo di posa doppio di quella immediatamente più larga (e cioè numericamente inferiore). Per esempio: un'apertura di diaframma indicata dal numero 8 richiede una posa doppia dell'apertura precedente, indicata dal numero 5,6.
Per controbilanciare l'oscuramento dell'immagine è necessario un aumento del tempo di posa.
La chiusura del diaframma crea una zona nitida più profonda in direzione della macchina fotografica ed in senso opposto, ovvero al di là e al di qua del piano di messa a fuoco.
Il tipo più diffuso di diaframma è quello denominato a «iride» perché realizzato con un sistema di lamelle incurvate, più o meno numerose, scorrenti le une sulle altre e formanti un'apertura circolare irregolare.

Bottone grafico per paragrafo glossario  Difetti che si possono manifestare soprattutto usando obiettivi grandangolari

I grandangolari sono obiettivi «difficili» e quindi soggetti più degli altri a difetti e aberrazioni. Di seguito alcuni inconvenienti che possono manifestarsi in misura maggiore usando le corte focali:
● Aberrazione sferica: comporta l'impossibilità di mettere a fuoco tutti i soggetti sullo stesso piano e fa si che i punti vengano riprodotti come chiazze e le linee rette come bande più o meno curve. Il fenomeno origina dal fatto che quando un fascio di luce colpisce una lente i raggi centrali sono poco deviati mentre quelli periferici, incidendo sulla superficie ottica con un angolo maggiore, sono deviati in misura maggiore. E' particolarmente evidente a tutta apertura e quindi può essere ridotta diaframmando.
● Coma: fa somigliare i punti rotondi a delle forme a uovo, o se si preferisce a delle stelle comete;
● Astigmatismo: é un fenomeno di cui soffre anche l'occhio umano, che impedisce di mettere a fuoco bene, in contemporanea, le linee verticali e quelle orizzontali. In ottica si manifesta perché quando un fascio di luce obliquo colpisce la superficie di una lente l'immagine formata non è puntiforme ma bensì variabile tra un segmentino radiale ed uno tangenziale, a seconda della posizione del piano focale. La migliore posizione di fuoco si trova in una posizione intermedia tra i due segmentini, che sono perpendicolari tra di loro.
● Curvatura di campo: provoca un fenomeno simile a quello che si verifica durante la proiezione delle diapositive. O si mette a fuoco al centro, oppure ai bordi. Il difetto origina dal fatto che quando si riprende un soggetto esteso, posto su un unico piano, i raggi obliqui non si incontrano alla stessa distanza dalla lente in cui si incontrano i raggi paralleli all'asse ottico.
● Distorsione: può essere a cuscinetto oppure a barilotto quando l'immagine assume un aspetto curvilineo simile a quello di una botte. E' un difetto inaccettabile soprattutto quando l'obiettivo viene utilizzato per le foto in ambienti urbani dove le linee cadenti dei palazzi devono risultare perfettamente rettilinee, pena un effetto visivo veramente sgradevole. Quindi, nell'acquisto di un grandangolo, la prima cosa da controllare è che sia corretto sotto questo aspetto. La distorsione non può essere ridotta diaframmando. Negli obiettivi fotografici viene corretta con l'adozione di schemi ottici simmetrici rispetto alla posizione del diaframma.
● Aberrazione cromatica: crea problemi soprattutto nelle foto a colori in quanto causa un alone iridescente attorno ad ogni soggetto. E' un fenomeno tipico degli obiettivi con pochi elementi, che si verifica in quanto l'indice di rifrazione di un vetro ottico varia con il colore della luce incidente e quindi i raggi di diverso colore che compongono la luce bianca emergono dall'obiettivo con angoli diversi. In questo modo ogni colore ha un suo punto di fuoco. Questo difetto si riduce diaframmando e viene compensato accoppiando due lenti che portano i raggi luminosi blu e giallo sullo stesso fuoco.

Bottone grafico per paragrafo glossario  Esposizione

E' la corretta quantità di luce che, passando attraverso un obiettivo, giunge sul sensore per dare luogo ad un'immagine  prefissata. Una quantità di luce eccessiva produce una «sovraesposizione» che rende le fotografie più chiare del normale. Quando invece otteniamo un'immagine molto scura, con dettagli non ben identificabili, siamo incorsi in una «sottoesposizione», ovvero la luce in entrata è risultata inferiore a quella che sarebbe stata necessaria.

Bottone grafico per paragrafo glossario  Piano focale

E' il piano sul quale un obiettivo mette a fuoco un determinato soggetto. Per poter ottenere immagini nitide è necessario che il piano focale coincida con la superficie del sensore sulla quale viene fissata l'immagine.

Bottone grafico per paragrafo glossario  Riflessi, rifrazione e dispersione

● Riflesso: in ottica è un effetto che viene generato non soltanto da superfici opache, ma anche da mezzi trasparenti. Un esempio è dato dalle lenti di vetro che riflettono una parte di luce incidente su di esse. Senza tecniche avanzate di coating, le perdite da riflesso non consentirebbero tecnicamente la produzione di sistemi ottici complessi a molti elementi.
● Rifrazione: è il cambio di direzione di un raggio di luce all'atto in cui esso passa da un mezzo trasparente in un'altro di densità differente. La rifrazione si verifica perché la velocità della luce varia con la densità del mezzo che attraversa. L'azione degli obiettivi è basata sulla rifrazione.
● Dispersione: le lenti degli obiettivi, pur sembrando perfettamente trasparenti, assorbono sempre una parte della luce che le attraversa. Una quantità anche maggiore si disperde col riflettersi della luce sulle superfici delle diverse lenti che compongono l'obiettivo. Questo effetto è proporzionale al numero delle lenti di cui un obiettivo è composto. Nella maggior parte degli obiettivi in commercio la perdita di luce è assolutamente trascurabile agli effetti del calcolo del tempo di posa.

Bottone grafico per paragrafo glossario  Situazioni più comuni nelle quali un sistema AF autofocus può non funzionare correttamente

Quando una fotocamera è impostata sulla funzione AF autofocus la ghiera di essa a fuoco dell'obiettivo viene attivata automaticamente. E' la macchina fotografica che, tramite un sensore di rilevamento, decide il piano di messa a fuoco ottimale. Come detto più sopra, questa opzione presenta delle criticità. Di seguito un elenco delle situazioni più comuni nelle quali l'autofocus può sbagliare, tenendo in conto (per esperienza sul campo), che vanno tenuti d'occhio anche i colori dei soggetti fotografati.  Per esempio, il rosso e il verde possono aumentare il margine di errore già insito nelle seguenti situazioni:

● Soggetti lucidi e/o brillanti e/o riflettenti: Carrozzerie delle auto, specchi, vetri, cartelloni pubblicitari ecc.;
● Superficie acquee: mare, fiume, lago, piscina ecc.;
● Soggetti molto particolareggiati: esempio un campo pieno di fiori;
● Persone che indossano pellicce;  animali dal folto pelo;
● Soggetti molto piccoli rispetto all'area totale inquadrata;
● Soggetti aeriformi come nuvole, fumo o fiamme;
● Soggetti che risaltano poco rispetto allo sfondo;
● Soggetti ripresi in un ambiente poco illuminato;
● Soggetti in rapidissimo movimento:
ho già illustrato, in altre schede tecniche, alcuni tipi di errore che a volte incidono nelle foto sportive.

Alla luce di quanto sopra, si può riscontrare che è molto problematico mettere a fuoco correttamente in automatismo un'autovettura con la carrozzeria rossa, un gatto rossiccio dal folto pelo, il letto di un fiume o un incendio...
In questi casi e in altri minori non presenti nell'elenco (ma che possono risultare da esperienza diretta) la certezza di mettere a fuoco in modo corretto si raggiunge solamente disinserendo l'autofocus e regolando manualmente la ghiera di messa a fuoco posta sull'obiettivo.
Come già segnalato in altre schede tecniche, gli oggetti luccicanti e le superfici acquee hanno una forte luminosità e influenzano notevolmente l'esposimetro. Quindi una fotografia ottenuta in completo automatismo potrebbe risultare sbagliata dal punto di vista del fuoco e dell'esposizione (più scura del normale).

Bottone grafico per paragrafo glossario  Stop

E' la misura comparativa dell'esposizione. Ogni scatto di variazione dell'apertura del diaframma o della velocità di otturazione (esempio da f/2,8 a f/4, oppure da 1/125 a 1/250) rappresenta uno stop e raddoppia o dimezza la quantità di luce che raggiunge il sensore.

(Ultima variazione il 12.02.2015)
Tolte dal Cassetto - Finestre fotografiche su Liguria e Toscana
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